Strano ma vero: se spegni il cervello si accendono le idee

LO SAI CHE LO SVAGO È L’INTERRUTTORE DELLA CREATIVITÀ? OH, È SCIENTIFICO

Pubblicato il: 07-09-2022 | Categoria: Creatività | Tag: Pensiero divergente | Autore: Antonio Le Fosse

Una scorreggia mentale o poco più. È ciò che ottengo quando mi sforzo di trovare un’idea. Le idee migliori, invece, mi balenano nella testa quando non penso, tipo quando sto facendo cose inutili. Oppure quando sto facendo cose necessarie ma meccaniche e non posso prendere appunti. Tipo mentre faccio la doccia.

Che poi “balenare” è un verbo più che appropriato perché, oltre ad alludere al proverbiale “lampo di genio”, restituisce l’immagine di un’idea ingombrante come un cetaceo che emerge dal profondo oceano dei pensieri per sprofondare subito dopo, se non riesco ad arpionarla, ehm… ad annotarla da qualche parte. E devo essere rapido, sennò svanisce inesorabilmente, come una sagoma chiara che si dissolve sulla retina, quando si spegne la luce. Non c’è altro da fare per trattenerla.

Perché mi succede sempre così? Boh!

Non sono un tipo da cruciverba nel bagno, perciò non ho mai penne a portata di mano per prendere appunti. La carta non sarebbe un problema, in certe stanze… Potrei fare come Silvio Pellico, ma non sopporterei la vista del mio sangue. E allora mi dico “devo ricordare, devo ricordare, devo ricordare” e mi affretto a finire ciò che sto facendo ché ho la memoria arrugginita, quindi mi precipito fuori dal bagno, prendo la penna e… Aspe’, cosa stavo pensando? Diciamo che adesso c’è Siri, così posso dettarle le cose pure se sono sotto la doccia. Poi lascia stare che capisce “a cazzo de cane” (cit. René Ferretti), s’appunta quello che le pare e quando vado a ricontrollare le note il risultato è sempre lo stesso. Vabbè.

Insomma, siccome ho scoperto che non sono il solo a vivere questa situazione, per chiarire la cosa ho deciso di documentarmi. Ho cercato su google “perché le idee migliori vengono sotto la doccia?” e il primo risultato è stato un articolo di Wired non abbastanza esaustivo da colmare la mia ignoranza ma sufficientemente intrigante da stuzzicare la mia curiosità. Perciò, una decina di ricerche più tardi, mi sono fatto più o meno un’idea di come funziona e, già che ci sono, ho pensato di parlartene.

Ci arrivo, ci arrivo…

Prima di cominciare, riporto la battuta dell’imprenditore Nolan Bushnell (quello di Atari) che conclude quell’articolo e che sono convinto stia un’amore anche su questo blog: “Chiunque si sia mai fatto una doccia ha avuto un’idea. È chi esce dalla doccia, si asciuga e cerca di realizzarla che fa la differenza”. Vero, sono d’accordo. Il problema è riuscire a non dimenticare l’idea durante il tragitto dal bagno al block notes. Magari la prossima volta scriverò (prima di tutti per me stesso) qualcosa tipo “10 modi infallibili per ricordare le buone idee”.

E allora, se anche tu ti sei chiesto “perché le idee eccetera eccetera” ma eri troppo pigro per googolare o se ti scordavi di farlo, tie’, accomodati pure. Oh, se poi non te lo sei mai chiesto, non è che saperlo ti cambierà la vita, ma magari ti farà fare bella figura, se cade il discorso a cena con gli amici.

La prima cosa da chiarire è che la nostra mente sa fare solo due cose: andare dritto oppure andare di lato. Detta così sembra poca roba. Per esempio, quando l’ho scoperto, mi sono venute in mente due immagini: quella di un cavallo con i paraocchi al galoppo o quella di Michael Jackson che fa il side glide walk. Non vorrà mica dire che il mio cervello va a zig-zag? E nel caso in cui, è una cosa buona? Comunque…

Ecco cosa capita quando pensi

Nel primo caso, cioè quando la mente va dritta, parliamo di pensiero lineare o convergente. Quando siamo in questa modalità, ci approcciamo ai problemi (in senso lato) ricorrendo a modelli prestabiliti, applicando regole e strategie imparate precedentemente, insomma ripercorrendo gli schemi della nostra esperienza.

In questi momenti, se chiedessi al il mio cervello “ehi, bro’ – anzi, bra (dopotutto in inglese è brain) – allora, come lo facciamo?”, lui risponderebbe “che razza di domanda… come l’abbiamo sempre fatto, no!”. Ecco, questo è un po’ l’andazzo di quando ci diamo dentro, super concentrati sull’unica cosa che riusciamo a vedere, cioè l’obiettivo. Tipo Rocky che appiccica la foto di Ivan Drago sullo specchio e si spacca di allenamenti. In queste situazioni non andiamo oltre le soluzioni standard. Il che non è per forza un male, dato che questa è una modalità smart, utile per trovare soluzioni efficaci ma che non richiedano salti mortali cerebrali. Hai presente quando schiacci il tasto eco sulla lavastoviglie ché tanto la teglia incrostata di parmigiana la restituisci alla mamma e ci pensa lei?

Ricavare le soluzioni più efficaci, appropriate, precise e rapide possibili, con le informazioni a disposizione, significa fare le cose come vanno fatte o, meglio, come potrebbe farle chiunque. Se serve una soluzione, non per forza la migliore, va benissimo. In ogni caso, a questa modalità si accede volontariamente, quando decidiamo di pensare.

Ma che succede quando non pensiamo a nulla?

Il bello è che quando lasciamo vagare la mente senza meta, insomma, quando sogniamo a occhi aperti, si attiva una sorta di modalità predefinita. Gli psicologi la chiamano pensiero laterale o divergente. Quando fantastichiamo, giochiamo coi ricordi, sogniamo a occhi aperti, senza mettere a fuoco nessun pensiero in particolare, si genera una sorta di energia che alimenta la creatività e illumina le idee. E così, ad esempio, riusciamo a scorgere prospettive diverse e concepire soluzioni nuove ai problemi. Succede anche quando meditiamo.

Se dovessi descriverlo con un’immagine, sarebbe quella di una macchina da lotteria che al posto delle palle numerate ha quei dadi con 20 facce, solo che ognuno, invece dei numeri, possiede un’esperienza su ogni faccia. Estrazione dopo estrazione, associando i dadi, si possono dare luogo a infinite combinazioni. Tutte soluzioni nuove. Puoi aspettarti di tutto, insomma. Non sono convinto che questa metafora renda bene l’idea, ma è il meglio che posso fare “pensando dritto”.

Dopo aver sorvolato velocemente sulla differenza tra le due modalità di pensiero, possiamo passare a ciò che dice il titolo di questo articolo. E, quindi, a ciò che può tornare utile sapere. Il creativo, per sfruttare al meglio il suo potenziale, deve pensare di lato e, per farlo bene, deve riposare. Evviva! Adesso sai che non ti devi sentire in colpa se, di tanto in tanto, metti in stand by la cucuzza.

Il succo concentrato della prova scientifica

Per avvalorare quello che ho scritto nel sottotitolo, lo psicologo americano Jonathan Schooler, in un recente studio sovvenzionato dall’Università della California, a Santa Barbara, ha dimostrato che dopo aver sguinzagliato la mente, si riescono a svolgere compiti impegnativi, ottenendo risultati migliori di quelli che si possono conseguire ricorrendo alla sola altra modalità. Le prove scientifiche riguardo l’efficacia sono riportate nel saggio pubblicato sul sito dell’ateneo, che documenta numerosissimi esperimenti dagli esiti strabilianti.

Se non hai intenzione di leggere e tradurre dall’inglese, ecco, in poche e semplici parole, quello che ho capito. Se ti fidi, grazie per la fiducia. Ma ricordati che fidarsi è bene ma non fidarsi è faticoso perché devi fare tutto tu. Quindi, partendo dal concetto che la creatività è una sorta di meccanismo mentale che ricombina le esperienze per generare idee nuove e utili, la ricerca suggerisce che dissociarsi dalla realtà, diminuisca le frizioni tra quegli ingranaggi. Praticamente, riesci a intuire soluzioni migliori a un problema se lo metti in incubazione per un po’, fantasticando liberamente su qualsiasi altra cosa ti passi per la testa, e poi ci torni su in un secondo momento.

E la spremuta empirica che disseta i dubbi

Saltando dal campo scientifico a quello squisitamente empirico, basta osservare le abitudini di moltissimi grandi creativi per avere la prova che ciò di cui sto parlando funziona anche fuori dai laboratori scientifici. Questo non è un articolo sulle abitudini dei creativi, per cui cito i primi tre che vengono in mente a Google, giusto a titolo di esempio. E il fatto che siano tutti uomini non vuol dire che il motore di ricerca sia maschilista ma che la maggior parte degli autori di contenuti che trovi in rete lo è.

Comunque sia, Beethoven passeggiava per tutto il pomeriggio. Magari quell’andare a zonzo gli pompava le note nel pentagramma. Ernest Hemingway era un tipo sanguigno e la sera ci dava dentro nei bar di L’Avana. A volte ci scappava la scazzottata, ognuno si rilassa a modo suo… Ma la mattina, di buon ora, diventava un tutt’uno con la sua Underwood portatile e batteva capolavori da Pulitzer e Nobel. E di Albert Einstein ne vogliamo parlare? È scontato che spunti il suo nome, quando si parla di geni. Ma al tempo stesso è come una tassa da pagare. In senso buono. Semmai le tasse possano avere qualcosa di buono. A ogni modo, a lui piaceva osservare gli uccelli mentre suonava Mozart al violino. Riesci a immaginare qualcosa di più rilassante e inspiratorio? E lo so che ti ho servito una battutaccia su un piatto d’argento. Fermiamoci finché siamo in tempo.

Mentre scrivevo di questi tre, poi, ci ho pensato: l’esempio è incompleto senza nemmeno una donna. Perciò ne ho cercati e (ci ho messo un po’ ma) ne ho trovato uno che vale il tempo che ho impiegato a trovarlo. Quindi, prima di passare ad altro, sappi che Agatha Christie ha immaginato alcuni dei suoi delitti più celebri mentre se ne stava ammollo nella vasca da bagno, Alex Britti style, sgranocchiando mele da un cestino che teneva a portata di mano. Immagino fossero mele gialle. Comunque ottima idea, mi sa che ci provo. Magari, invece delle mele, faccio un upgrade e mi porto in bagno spiedini di frutta e un bel mojito.

Switch on, switch off

Tutto questo è proprio karashò, direbbe il capo-drugo di Arancia Meccanica. Cioè, è tutto molto bello. Ma, attenzione, non è che possiamo sempre viaggiare col pilota automatico inserito. Sennò finisce che ci perdiamo nelbludipintodiblù e non concludiamo granché. Il magazzino delle esperienze bisogna continuare a rifornirlo, per aumentare le possibilità creative, e nella modalità predefinita non possiamo farlo. A questo proposito, lo psicologo Scott Barry Kaufman, direttore scientifico dell’Imagination Institute dell’Università della Pennsylvania, spiega una cosa molto interessante nel suo libro Wired to Create. Le due modalità di pensiero attivano diverse reti neurali del cervello. Prediligendo una delle due modalità, favoriamo l’iperattività della rete neurale corrispondente a spese all’altra. Le conseguenze sono facilmente intuibili. Perciò, la cosa migliore è passare da una modalità all’altra, a seconda delle circostanze. E Kaufman assicura che ne siamo capaci.

Mea culpa

Dicevo che smettere di ragionare, calcolare, imparare e risolvere problemi per sognare a occhi aperti è importante. Il fatto è che, oggi, mica è semplice. Ora non vorrei passare per uno di quei boomer che una-volta-si-stava-meglio ma, devo ammettere che tra ritmi forsennati e abitudini (tossiche?) che ho sviluppato anche grazie alla tecnologia, passo intere giornate a stritolare le meningi. Mi sa che devo rivedere la mia routine quotidiana…

Lo ammetto, la prima cosa che faccio al risveglio, ancora a occhi chiusi, è cercare a tastoni lo smartphone sul comodino. In primis per ammutare la sveglia e scampare all’ira funesta di mia moglie. Le cinque di mattina non esistono sul quadrante del suo orologio. E poi per attivare la rete dati e anche il wi-fi, ché non posso mica sapere di quanti giga avrò bisogno una volta fuori di casa. Beh, insomma, da lì in poi la mia giornata è tutto un susseguirsi di scrolla-e-guarda/scrolla-e-ascolta su vari livelli di attenzione, in base a quale buco tra impegni familiari e professionali devo riempire.

Ma forse dovrei dire voglio riempire. Perché i “padroni dell’Internet” non mi fanno una multa se non leggo almeno otto newsletter mentre faccio colazione. Non mi espongono al pubblico ludibrio se non vado su Instagram quando sono al bagno. Non mi appendono al collo una lettera scarlatta (la B di boomer) se non ascolto un podcast durante i tragitti in auto. Né mi crocifiggono davanti al box informazioni se non passo il tempo tra le offerte di Amazon Prime mentre sono in fila alla cassa del supermercato.

E Netflix non mi ha mai premiato per aver scrollato tutto il catalogo nella ricerca di qualcosa da guardare dopo cena. Inoltre non è bello che va a finire sempre nello stesso modo: sono sul divano con tutta la famiglia e in un niente mi ritrovo solo, alle prime ore dell’alba, col telecomando ancora puntato e il braccio anchilosato che a momenti non riesco ad ammutare la sveglia. E lo so che ammutare fa un po’ D’Annunzio, ma dà il giusto peso a quell’azione rapida e chirurgica con cui, ogni mattina, salvo il mio matrimonio dalla catastrofe. L’uso del corsivo, in questo caso, conferisce anche dinamismo. Ho detto corsivo, non cörsivœ.

Tutto questo non è affatto karashò

Ora che l’ho scritto, me ne rendo conto: cosa mi resta alla fine, per liberare un po’ la mente? I sogni. Quelli a occhi chiusi. Sempre quando non sono tormentati dalle incursioni dei pensieri diurni. Ma anche quando sono sereni, non so sei d’accordo con me, soddisfano meno di quelli che faccio a occhi aperti. Immagina un cane che corre in una prateria infinita. All’improvviso, una catena invisibile si tende e ne arresta bruscamente la corsa, mandandolo zampe all’aria. Poi una forza misteriosa la riavvolge velocemente, trascinando via la bestiola, riportandola lì da dov’è venuta.

La giornalista e scrittrice Joan Didion una volta ha detto: “scrivo per capire cosa penso, cosa guardo, cosa vedo; ciò che voglio, di cui ho paura”. Sono d’accordo, scrivere è faticoso (non è piacevole come alcuni vogliono fare credere) e ogni volta che mi sforzo, vuoi o non vuoi, finisco per tirare fuori qualcosa di me che prima non conoscevo. O semplicemente sottovalutavo.

Scrivendo questo articolo, insomma, mi sono reso conto che le mie giornate non sono in equilibrio tra concentrazione e riposo. Per lo più accumulo ed elaboro informazioni. Di tanto in tanto lascio andare alla deriva i pensieri, ma non abbastanza da raggiungere il largo e, magari, scoprire mondi nuovi. Insomma, ho capito che dovrei sforzarmi di tenere il più possibile i piedi per terra e la testa tra le nuvole.

Vuoi sapere come faccio a pensare di lato?

E ora, caro lettore e cara lettrice che siete capitati su questo pezzo nella speranza di risolvere il mio stesso problema (e avete avuto la pazienza di leggere fin qui… o avete fatto i furbi?), passiamo alla parte pratica. Quelli che sto per elencare sono alcuni dei metodi a cui ogni tanto ricorro per scollarmi dalla realtà. Sono di una semplicità imbarazzante e posso garantire che funzionano. Perciò ti invito a provarli. Ma magari lo fai già e, in tal caso, sarai d’accordo con me e sarai contento di aver conosciuto un altro membro della tua stessa parrocchia. Io, invece, mi autoinvito a usufruirne più spesso e, dato che l’esortazione viene da me stesso, mi prego anche di non fare complimenti.

1. Prenditi il tempo di fare… un bel niente

Ma fallo in modo discreto, senza esagerare. Non per timore del giudizio degli altri ma per tenere buono il Grillo Parlante che è in te. Per esempio, io in bagno di solito entro-faccio-ed-esco in massimo cinque minuti. Ma di tanto in tanto mi siedo, faccio e sto lì altri cinque minuti a fissare la scalfittura di una piastrella in alto, vicino soffitto. Non so proprio come diavolo è possibile che sia lì. Mentre l’osservo, il più delle volte quel difetto sparisce e mi ritrovo immerso in altri pensieri. Come se quella scalfittura fosse un passaggio dimensionale verso il mondo delle idee. Ti sembrerà bizzarro, ma è proprio durante una di queste sessioni che ho concepito questo articolo.

Come ho scritto all’inizio, mi sono chiesto perché le idee vengono proprio in situazioni come queste. Ma le mie googleate, finora, non hanno prodotto risposte soddisfacenti. Per ora mi accontento di supporre che in quei momenti il corpo è impegnato in un’operazione automatica (come quando riavvii il computer per installare gli aggiornamenti) oppure è in stand-by, ma la tua mente è libera di vagare.

Comunque, anche per la persona più impegnata del mondo, cinque minuti non sono un dramma. Si possono sottrarre da qualsiasi attività. Anche più volte al giorno. Ovviamente “fare un bel niente” non comprende cose come navigare su internet, guardare la tv o ascoltare la radio, perché anche se durante queste attività il corpo si rilassa, la mente rimane concentrata. Ricapitolando, fallo come, quando e dove ti pare, ma stattene ogni giorno un po’ a fare nulla.

2. Piantala di voler sapere tutto su un solo argomento

Non so te ma, a volte, io mi sento come un buco nero affamato di tutto lo scibile sulla mia sfera professionale, cioè il marketing e la comunicazione. Divoro libri, newsletter, blog, podcast e contenuti social in modo bulimico.

Un po’ questo appetito è stimolato dalla curiosità. Ma per lo più da quella onnipresente sensazione di cialtroneria che mi assale ogni volta che apprendo qualcosa di nuovo o mi confronto con qualcuno che ne sa più di me. So bene che c’è dell’irrazionale nella sindrome dell’impostore, ma mi sento più tranquillo se continuo ad aggiornarmi, tentando di colmare il gap incolmabile tra me e chi ne sa di più. Anche se lo so che, oltre alla morte, c’è almeno un’altra cosa certa nella vita delle persone comuni: c’è e ci sarà sempre qualcuno che ne sa di più. Quindi studio in fin dei conti per essere domani meno cialtrone di oggi.

Nonostante tutto, però, posso darmi una pacca sulla spalla, perché una cosa l’ho capita un po’ di tempo fa: quando t’ingozzi, non riesci ad assaporare né a ricordare, da lì a breve, cos’hai mangiato. Per questo, nella giornata provo a ritagliarmi dei momenti per fare quelle che (cialtroneggiando in campo psicologico) chiamo “esperienze evasive”. Parlo di attività divertenti che non richiedono molta concentrazione e permettono di entrare in quella fase in cui il cervello produce onde theta (che in greco si indicano con questo bel grafema qui: θ). È quello stato a metà fra la veglia e il sonno in cui sogniamo a occhi aperti e si accendono le idee.

In quei ritagli di tempo, guardo film senza pretese autoriali o documentari che trattano argomenti che non ritengo di primario interesse (tipo Giocattoli della nostra infanzia, su Netflix), faccio zapping (si può ancora dire?) tra i canali YouTube dedicati al bricolage, sfoglio riviste di auto “youngtimer”, faccio quattro chiacchiere strampalate con chiunque sia disposto a farne ecc. Qualsiasi cosa richieda uno sforzo cognitivo minimo ma possa comunque fornirmi un assaggio di nuove esperienze da assaporare meglio, magari, in altri momenti. Quando posso ritagliarmi qualche giorno, invece, vado in un posto dove non sono mai stato. Viaggiare è uno dei migliori metodi che conosco per divertirmi, vedere cose nuove e massaggiare il muscolo creativo.

A momenti mi scordavo di dire perché è utile, dannata logorrea… Kaufman (il tizio di prima) dice che diversificare le esperienze amplia il pensiero creativo e aiuta a trovare soluzioni innovative. La ricerca (non solo la sua) dimostra che il divertimento è una sorta di integratore di esperienze. Un metodo d’acquisizione più facile e veloce, insomma. E l’esperienza rende più creativi. La creatività è contaminazione, mescolanze, incastri, incontri fortuiti, serendipità… in una mente aperta e ricettiva.

3. Banale ma cruciale: organizzati

Hai capito, questo non è un terzo-dulcis-in-fundo mirabolante modo per stimolare la creatività. Ma un consiglio che non puoi ignorare. È inutile continuare l’elenco se poi non riesci a trovare il tempo per passare alla pratica. So quello che dico, perché ci sto lavorando anch’io: organizzare la giornata in modo da alternare attività laser focused (come dicono gli “ammerigani”) a momenti di “sfocata spensieratezza” è difficile. Ma senza questi ultimi non puoi sfruttare a pieno il tuo potenziale creativo. Perciò, mettiti l’animo in pace e organizzati.

Io trovo che funzioni bene introdurre lievi, trascurabili modifiche alle attività che svolgo di solito. La circostanza del bagno cui accennavo prima ne è un esempio. Così sarà un cambiamento sostenibile, perché discreto. Insomma, non sconvolgerà la tua giornata. Puoi spingerti anche un po’ oltre, introducendo una piccola, nuova abitudine tra due capisaldi della tua routine quotidiana.

Ora non è che voglio parlare sempre e per forza di me, ma è che preferisco scrivere di ciò che conosco. Perciò ti faccio un esempio.

In estate trasferisco famiglia e lavoro al mare, così i figli respirano lo iodio e io pure, ma senza la prima “i”. Perché detesto starmene a casa a lavorare mentre tutti sono sulla spiaggia… Comunque sia, da buon marito e padre di famiglia, intorno alle 8:00 interrompo le mie attività lavorative – sono operativo almeno da un paio d’ore – per andare a piantare l’ombrellone, così la moglie ha un carico ingombrante in meno da portare (nel periodo in cui scrivo, nostro il primo genito ha sette anni e la piccola è una polpetta di soli otto mesi, a buon intenditore…).

Ma qual è il punto? Abitiamo a 100 metri da lungomare, perciò impiegherei poco più di cinque minuti per andare e tornare. Ma dal momento che ho scollato il sedere, ne approfitto per starmene ancora dieci minuti in giro a godermi il paesaggio, con quell’infinita massa d’acqua salata che si muove come se respirasse. Lo faccio tutti i giorni, quando sono da queste parti e, oltre a rilassarmi, ho l’impressione che mi apra la mente.

Gli “ammerigani” (sempre loro) lo chiamano abitude stacking. E cioè introdurre una piccola, nuova abitudine tra quelle già consolidate, formando una pila (“stack” significa proprio questo). Il più delle volte funziona, se le azioni sono legate tra di loro in maniera logica. Insomma, la sequenza deve avere un senso e passare dall’attività precedente a quella successiva deve risultare naturale. Nel mio caso, pianifico la prima parte del lavoro giornaliero in modo da terminare intorno alle 8:00. Stacco per una necessità familiare, sì, ma anche mentale. Infatti trasformo questa pausa in un momento di rigenerazione che fa da transizione verso l’attività successiva, in cui mi impegno in uno altro tipo di sforzo, stavolta fisico, poiché faccio una mezzoretta di fitness. Poi mi rimetto al lavoro. Ma non prima di aver caricato la molla con una bella una doccetta. Non so per te, ma per me a perfettamente senso.

Che dici, è abbastanza?

Ce ne sarebbero, ancora, di cose da dire intorno all’argomento di questo articolo. Ne sono abbastanza certo, anche se uso il condizionale perché, per ragioni che sfuggono al mio controllo e alla mia volontà, non posso spingermi oltre nel ricercarle e documentarmi. E poi questo è un blog, mica l’Enciclopedia Britannica. Io ti ho offerto qualche spunto, puoi continuare tu, se ne hai voglia.

Perciò, per chiudere lo sproloquio più o meno come l’ho iniziato, secondo me puoi smettere di schiaffeggiarti come una scimmia epilettica, quando ti accorgi che stavi sognando a occhi aperti, invece di essere produttivo. Come ti ho spiegato, prendersi una pausa, rilassarsi e restare inattivi, con buona pace dei nostri capi (o della nostra coscienza), sono attività vere e proprie e fondamentali per attivare la creatività. Ancora, l’ultima, per questa volta: è quando smetti di ragionare che la mente risolve i problemi. Quindi – e lo dico soprattutto a me stesso – di tanto in tanto, spegni il frullatore, ma occhio a non staccare la spina.

Adesso ho voglia di rivedere quella roba di Michael Jackson che cammina di lato, perciò me ne starò un po’ su YouTube. Chissà se posso imparare a farla anch’io… Alla prossima.

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Antonio Le Fosse
Antonio Le Fosse
Raddrizzare punti interrogativi è la seconda cosa che mi piace fare di più. La prima? È curvare punti esclamativi. E siccome sono maniacale, uso strumenti di precisione.
Antonio Le Fosse
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Raddrizzare punti interrogativi è la seconda cosa che mi piace fare di più. La prima? È curvare punti esclamativi. E siccome sono maniacale, uso strumenti di precisione.