La serendipità come generatore di contenuti
CHI CERCA TROVA: TALVOLTA CAPITA CHE VUOI PREPARARE UN TÈ FREDDO E POI SCOPRI NUOVE INDIE
Pubblicato il: 19-05-2021 | Categoria: Creatività | Tag: Serendipità | Autore: Antonio Le Fosse
Quella mattina Percy finì il caffè e restò a fissare il fondo della tazza. La mente guardava altrove. A casa non parlava di lavoro, ma Louise intuiva cosa lo turbava. Così lo baciò e, augurandogli buona giornata, gli infilò in tasca una barretta di cioccolato, per dopo. Magari gli addolcirà i pensieri. Il marito progettava radar per la difesa americana, ma nel ’45 la guerra era ai titoli di coda. Peccato, gli piaceva quel lavoro. Qualche ora più tardi, in laboratorio, mentre testava il suo radar alla massima potenza, Percy infilò la mano in tasca: fu come tuffarla in un barattolo di Nutella a Ferragosto…
Ho una sessantina di argomenti già pianificati. Eppure quello di cui sto scrivendo non è in lista. È maggio e, a proposito di calore, se non dovessi pubblicare questo post, potrei andare a gratinarmi la schiena sulla spiaggia. L’idiosincrasia delle mie vertebre cervicali per gli spifferi mi vieta di accendere il climatizzatore. Inoltre il senso della decenza non mi fa andare oltre le mezze maniche, in ufficio. Ci vuole qualcosa di freddo, sennò mi s’affloscia la creatività.
Di ghiaccio in freezer ce n’è e in dispensa trovo un paio di filtri di tè verde di Ceylon. Biologico. Tempo di infusione a freddo… sei ore! La qualità giustifica l’attesa ma sei hai la lingua felpata non fai lo schizzinoso. Piano B, chiamo il bar e ordino un pescatè, come lo chiama mio figlio. Mentre attendo il garzone mi prude una curiosità: dov’è Ceylon? Googlando scopro che è l’attuale Sri Lanka. Tutto torna, è l’isola del tè.
La faccenda si fa interessante quando, facendo parkour tra i link, m’imbatto nel nome di Horace Walpole. Da ragazzino avevo un debole per i romanzi gotici e lui ne fu il caposcuola con “Il castello di Otranto”. L’associazione tra un conte inglese, con tutta probabilità gran consumatore di tè, e un territorio del Commonwealth non mi meraviglia. Ma voglio sapere se era da quelle parti quando concepì la sua opera più celebre. Poi suonano alla porta e il gargarozzo mi gioisce nel pregustare la dolce frescura che tra qualche secondo lo inonderà.
Due minuti dopo sto ticchettando sulla tastiera, rinvigorito, ispirato e con l’esofago mezzo congestionato. Sento la creatività tesa come un saguaro dell’Arizona, così riprendo il mio slalom tra le pagine web. Non trovo l’informazione che cerco però inciampo in un’antica fiaba persiana intitolata “Peregrinaggio di tre giovani figliuoli del re di Serendippo”. Mi si accende una spia nella mente, l’intuito mi suggerisce di approfondire e infatti (dopo aver appreso che Serendip è un altro antico nome dello Sri Lanka) scopro che il vecchio Horace, ispirato da questo racconto, teorizzò il concetto di serendipità.
E qui si apre una finestra che s’affaccia sul mio passato. Quando ero un redattore in erba e scribacchiavo per una sorta di catena di montaggio di contenuti, stavo male ogni volta che affrontavo un piano editoriale vergine. Le celle bianche di Excel erano per me l’equivalente della luce del sole per Dracula. La sola vista mi provocava malessere fisico. Nella mia testa vuota echeggiava incalzante una sola domanda: e mo’ come cavolo lo riempio?
Ho vissuto questo dramma non so quante volte. Finché un giorno ho risolto il problema in maniera insolita, almeno per le mie abitudini: al culmine della disperazione ho chiuso Excel, ho iniziato a fare tutt’altro e teso le antenne sperando di cogliere un segno che mi indicasse la via. Ora non è importante raccontare l’epifania che ho avuto a un certo punto. Ha funzionato. La cosa interessante è che all’epoca, anche se non lo sapevo, mi ero abbandonato alla serendipità. Il che non significa che mi ero arreso al destino, escludendo ogni possibilità di scelta e accettando tutte le implicazioni, comprese quelle dannose e spiacevoli.
La serendipità è l’opposto, è un atteggiamento mentale che porta a imbattersi esclusivamente in occasioni vantaggiose e gradevoli, spesso celate sotto le mentite spoglie dell’errore. La storia è piena di scoperte tanto felici quanto inattese (soprattutto in campo scientifico) fatte da persone che inizialmente stavano cercando tutt’altro. Per dirne una, Colombo salpò alla volta delle Indie e quando approdò scoprì che gli “indiani” erano un po’ diversi da come se li aspettava. Per dirne un’altra, Alexander Fleming forse s’incazzò perché gli s’era ammuffita una coltura di batteri, ma poi scoprì che aveva appena prototipato il primo antibiotico. Un’altra e basta, il Percy LeBaron Spencer che ho citato all’inizio sfruttò le microonde prodotte da un componente dei suoi radar per cuocere velocemente i cibi. Con sommo gaudio di single, madri in carriera e tutti quelli che devono scongelare il pane all’ultimo momento.
Prima ho scritto che “ho teso le antenne per cogliere un segno” perché la serendipità è un po’ come la forza per i cavalieri Jedi: funziona se ci credi, la senti e impari a usarla. È una cosa diversa dalla fortuna. Sei fortunato se trovi 10 euro per terra o se, a Natale, scarti un pandoro e vinci una Porsche. Ti capita, gli effetti sono immediati, riconoscibili, stop. Mi piace pensare che la serendipità sia più una modalità che un’eventualità. Dunque per sfruttarla dobbiamo prima attivarla e favorirne l’azione.
Come si fa? Per prima cosa interessandoci a tutto, cercando di scoprire sempre e dovunque qualcosa che ancora non conosciamo e che potrebbe risultare interessante e degno di approfondimento. La ricerca e la curiosità sono gli steroidi della serendipità, aumentano le probabilità di trovarci di fronte a qualcosa di inatteso.
E poi, per restare in tema, dobbiamo allenare la mente a riconoscere i segni disseminati in ogni situazione, affinare la sensibilità e migliorare i riflessi per sfruttare prontamente le occasioni a cui si riferiscono. In sostanza, possiamo creare le condizioni migliori per l’esercizio della serendipità e massimizzarne l’efficacia soltanto lavorando su noi stessi. E infatti, cos’hanno in comune le esperienze di quei tre signori di prima? Hanno trasformato un fallimento in un successo.
Quando la mente è libera di spaziare senza vincoli, può sfruttare meglio il suo potenziale ed esplorare territori dove trovare idee nuove e soluzioni alternative a problemi che sembrerebbero risolvibili in un solo modo. Gli psicologi chiamano questa capacità pensiero divergente ed è strettamente legata alla creatività, che è la capacità di associare le idee in modo utile. Per favorire le occasioni associative, possiamo ricorrere a criteri quali la somiglianza o la mediazione (nel senso di avvicinare due idee slegate ricorrendo a elementi a metà strada fra le due). E va da sé che più si riescono a combinare con successo concetti distanti, più lo “sforzo” creativo è elevato. Per farti un’idea, pensa ai prodotti e servizi di marchi come Airbnb, Apple e Kinder.
Ma c’è una terza cosa che possiamo fare per aiutare la creatività: abbandonarsi alla serendipità, dato che è possibile connettere accidentalmente due idee anche solo perché, per qualche motivo, afferiscono a una medesima occasione. Ne ha parlato una cinquantina d’anni fa lo studioso Sarnoff Andrei Mednick.
Per un content designer, aprirsi alla serendipità è una maniera creativa di concepire contenuti. Al lavoro talvolta capita di prendere strade che apparentemente non portano da nessuna parte ma, tenendo la mente aperta e positiva, è possibile aprire un varco in un vicolo cieco e scoprire che dall’altra parte c’è qualcosa di straordinario che fino a poco prima non esisteva, ma solo perché nascosto alla vista. Per questo bisognerebbe girare la chiave della serendipità e spezzarla nella serratura, in modo che resti sempre accesa, estendendo questo approccio dinamico e stimolante a tutti i momenti della vita.
La serendipità è alleata del creativo. Per un curioso che si avventura sulle strade del contenuto è eccitante sapere che dietro ogni angolo, oltre l’orizzonte, nascoste alla vista, attendono possibilità infinite e imprevedibili su cui costruire infinità di contenuti. Per me è anche rassicurante: è come avere sempre a portata di mano un antidoto contro i blocchi creativi, come la crisi del foglio bianco. Non esistono limiti alle associazioni di idee possibili. Vale a dire che si può argomentare all’infinito, incrociando qualsiasi argomento fin dove la mente riesca a spingersi. E il bello è che l’orizzonte si sposta in avanti a ogni passo, rendendo infinito il viaggio del content designer.
Ovviamente non c’è reazione senza azione: devi partire se vuoi arrivare, cercare se vuoi trovare. Insomma, datti da fare e tieni acceso il radar – e tieni lontana la cioccolata 😉 – perché spesso gli errori sono vie d’accesso a conoscenze inaspettate. Nel peggiore dei casi sono insegnamenti. Come diceva Jung, gli eventi non sono pure casualità ma segnali provenienti dall’ambiente e dall’inconscio che, se colti e interpretati, possono portarci a nuovi livelli di consapevolezza.
Scritto ciò, schiaccio la lattina del tè e centro il mastello della differenziata con un lancio da fuori area. Punto. Anzi, tre punti.
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