Sai che sparando cazzate potresti salvare il mondo?

DA FRUITORE DI PICCOLE E GRANDI CAVOLATE ANALOGICHE E DIGITALI, MI SONO IMPOSTO UNA RIFLESSIONE: FACCIO BENE O FACCIO MALE A IMPIEGARE PARTE DEL MIO TEMPO CON SIMILI CONTENUTI?

Pubblicato il: 20-01-2022 | Categoria: Creatività | Tag: Contenuti | Autore: Antonio Le Fosse

La rete è piena di cazzate.

Beh, del resto Voltaire diceva che l’uomo è l’unico animale che ride (e che piange). E Internet è opera sua.

Comunque alcune sono cazzate di un certo livello. Cazzate interessanti. Talmente interessanti da essere anche importanti. Per svariati motivi e in svariati contesti social(i).

Le cazzate sono tutte divertenti, perciò ci passi il tempo. Ma solo in certi casi non ti senti in colpa per averlo speso così, quel poco che hai. Il perché non te lo spieghi. E magari neanche te lo chiedi. La coscienza è pulita, è tutto ciò che conta.

Ma se ti interessa, te lo dico io cosa succede in certi casi. Alcuni content designer – anzi, autori, perché se lo meritano – le cazzate le fanno con la testa. E non nel senso che usano il cranio per rompere cose. Anche se a volte lo fanno. Ma il punto è un altro. Se guardi bene, dietro le loro cazzate c’è del metodo. Se guardi meglio, scopri che quelle cazzate, in realtà, nascono da una riflessione che ha un certo peso culturale.

E se alcuni di quei contenuti vanno virali, magari non è per caso. Magari è perché chi l’ha pensati e realizzati ha saputo abbassare (occhio, non ho detto sminuire!) un tema alto, traducendolo in una forma facilmente comprensibile e spassosa. Che poi significa saper dire cose importanti in maniera interessante. E, almeno per quanto mi riguarda, una maniera interessante di dire una cosa importante senza stimolare la secrezione di latte dalle rotule è una maniera che fa ridere.

È quello che noi esegeti della cazzata definiamo “cazzeggiare seriamente”, attività padroneggiata da coloro che, di conseguenza, possiamo definire “professionisti della cazzata”. Che poi sono quelli che con le cazzate ci pagano le bollette. Emily Levine era una di loro. Uno straordinario esemplare. Senza offesa. Il suo nome probabilmente non ti dice niente ma, tranquillo, è così per la maggior di chi vive da questa parte dell’Atlantico. Io stesso l’ho scoperta poco tempo fa (meglio tardi che mai), mentre svolgevo qualche ricerca propedeutica alla scrittura di questo articolo, in un Ted Talk del 2009. Un’era geologica fa, se mi baso sulla frequenza di refresh di contenuti e creator dettata dagli attuali ritmi social. Ma sempre più fresco delle clip di Fantozzi, che sarà pure un classicone intramontabile ma mi farebbe fare la figura del boomer. E comunque sempre viva Paolo Villaggio, pace all’anima sua. Insomma, Emily Levine parlava e scriveva di filosofia e scienza ma il suo approccio era comico. Il che rendeva interessanti le sue speculazioni su argomenti potenzialmente barbosi. Ti consiglio di buttare un occhio sulle sue cose 😉

Comunque, sorvolando sullo scarto culturale non certo millimetrico, il denominatore comune tra una Emily Levine e, che ne so, un Maccio Capatonda (che stimo e sono sicuro le cederebbe il passo senza fare storie) è che, in quanto professionisti della cazzata, sanno «arrivare all’essenziale passando per il superfluo». Fico, eh? Lo ammetto, questa non è mia, è dello scrittore Massimo Tallone, teorico del cazzeggio. Ma condivido il suo pensiero.

Questo per dire (e avrei dovuto chiarirlo da subito) che fare cazzate è umano, quindi è cosa da tutti. Però ci vogliono intelligenza e perizia per raggiungere certi traguardi. E i contenuti di quegli autori partono da un’osservazione attenta della realtà, dalla quale prendono le distanze al fine di squarciare il velo di abitudine che ne nasconde i peccati. Addirittura?! Sì, aspetta e vedrai.

Non so se ci hai mai riflettuto, ma il riso è un comportamento peculiare dell’essere umano. L’uomo è l’animale che ride. L’ho già detto, vero? Homo ridens, oltre che sapiens. Ridiamo perché Madre Natura ci ha predisposti a farlo. E dato che Mamy non fa le cose a caso, allora il riso deve avere una qualche funzione specifica. Fuor di cazzeggio, a questo punto può essere utile sconfinare nella filosofia. Utile soprattutto al mio ego 🙂 Per Henri Bergson, il riso ha una funzione sociale: il castigo. Prima il peccato, adesso questo… Lo so, suona come una cazzata, ma non lo è. Quindi continua a leggere.

Ho tirato in ballo Bergson, perciò piroetto intorno a quanto ha affermato sul riso all’inizio del 900. Il succo è che scatenano l’ilarità quei comportamenti goffi, enfatici, rigidamente meccanici e ottusamente ripetitivi (tipo tic, inciampi, tormentoni…) o, al contrario, quelli ostinatamente statici. Insomma, fanno ridere tutti quei comportamenti che entrano in conflitto con le azioni fluide e dinamiche che le convenzioni sociali stabiliscono come armoniose oppure che cozzano con le manifestazioni dell’intelletto e della cultura.

A quell’epoca la macchina (non l’automobile, ma il congegno in generale) era considerata l’opposto dell’uomo, la prima semovente ma inanimata e priva di intelletto, il secondo vivo e pensante. Oggi le cose sono leggermente diverse ma, dal punto di vista di Bergson, l’uomo diventa ridicolo quando inizia ad assomigliare alla macchina. Tutto ciò che irrigidisce la vita a un funzionamento meccanico scatena il riso. Bergson fa il paragone con il diavolo a molla, che in pochi sanno cos’è, ma poi lo chiami clown a molla (Jack in the box, se vuoi fare il figo) e tutti gli altri esclamano: “aaah, quello, hai voglia, come no, da piccolo ne avevo uno!”. Insomma, quel giocattolo è divertente (almeno secondo Bergson) perché fa sempre la stessa cosa, è prigioniero del suo numero. E l’uomo che indugia nell’errore gli assomiglia, rendendosi anche più ridicolo, perché avrebbe le capacità per rendersi conto e correggere il suo atteggiamento ma non lo fa. Piccola parentesi: a me quel giocattolo ha sempre messo i brividi…

Una cosa che trovo molto interessante è il paradosso insito nella questione. Il meccanismo ripete il suo comportamento in maniera automatica ma, anche se sembra contraddittorio, la ripetitività rende statico il movimento. Se ci pensi, ciò si spiega perché i meccanismi, almeno quelli semplici, completano un ciclo e ricominciano da capo, all’infinito, senza promuoversi in nuove azioni o adattarsi intelligentemente a nuovi contesti. Le macchine non pensano – non ancora, oggi sono “intelligenti”, nel senso che sono molto ben programmate per rispondere ai nostri bisogni, niente di più – perciò non possono sottrarsi alla condizione per cui sono state create, non c’è volontà nelle loro azioni. Fa ridere, dunque, il comportamento di una persona che agisce con una simile, cieca ostinazione, per esempio quando interagisce col mondo applicando regole alla lettera, senza interpretare, contestualizzare.

Per esempio, ho sempre trovato spassoso quel vecchio fake trailer di Maccio Capatonda che resta fulminato bevendo un bicchiere di “acqua corrente” 🙂 In una scala da uno a Paolo Villaggio, gli darei un bell’Abatantuono. Ok, qualcosa di più recente? Nei video parodia dei The Jackal sugli effetti di Gomorra sulla gente, di punto in bianco, Ciro tira fuori dal nulla e senza motivo, se non per citazzeggiare, un bicchiere di pipì, intimando al povero Fabio di bere. È un comportamento assurdo, che si ripete anche negli altri video che ironizzano sulla serie. E fa ridere. Il termine citazzeggiare l’ho appena coniato, è una fusione fra i verbi citare e cazzeggiare. Siccome ne vado fiero (è incredibile quanto poco ci voglia per inorgoglirmi, di questi tempi) spero che abbia la stessa sorte di petaloso, perciò ti invito a introdurlo nel tuo lessico. Ma scrivilo in italic e linka quest’articolo, se vuoi fare cosa buona e giusta.

Nella società, la meccanicità è rappresentata da quei comportamenti rigidi e ripetitivi all’origine degli stereotipi. Il professionista della cazzata va a caccia di questi comportamenti, li individua nel vissuto della società, li fotografa, li colleziona e li rielabora, incrociandoli, esasperandoli, mettendoli anche in contrasto nelle sue narrazioni. Più questo sandwich di difetti umani è ricco e stratificato più risulta goloso per il pubblico. Adesso ti faccio un esempio perfettamente calzante.

Ho perso il conto delle volte che o rivisto i 236 episodi di Friends. Uno degli aspetti più ridicoli di Joey è il suo rapporto con il cibo al limite del morboso. Per lui il cibo è sacro e nella sua vita conta anche più del sesso. Lo dimostra il fatto che se dovesse scegliere tra farsi un panino al pollo e farsi una pollastra, punterebbe sulla prima opzione. Ma solo perché mangiando una pollastra finirebbe nella serie tv su Hannibal the Cannibal. Non c’è episodio in cui non lo vedi sgraffignare qualcosa dal frigorifero di Monica. E non perde mai occasione per ribadire che non è disposto a condividere il suo cibo con nessuno. Insomma, procurarsi qualcosa da mettere sotto i denti non gli riesce facile quanto sedurre una ragazza, però non è che viva al limite dell’indigenza. Il suo è un comportamento totalmente irrazionale ed esasperatamente meccanico, perciò dà luogo a innumerevoli gag esilaranti. Come quella volta in cui il Nostro divora l’orrido “dessert” preparato da Rachel per il Giorno del Ringraziamento, a base di crema pasticcera, confettura e… carne. Se ci pensi, la fame implacabile fa ridere anche da prima che le macchine fossero inventate. Lo dimostra la proverbiale voracità dello Zanni, la maschera della commedia dell’arte antenata di Arlecchino con cui il personaggio di Joey ha anche più di un’affinità.

Mentre ci rotoliamo sul pavimento, quando ci pieghiamo in due per i crampi addominali e persino in quei momenti in cui strizziamo gli occhi fino alle lacrime, senza volerlo, stiamo prendendo coscienza riguardo quei comportamenti che, in varia misura, abbassano la dignità umana. Stiamo comprendendo ciò che è opportuno per il progresso della società e ciò che non lo è. A volte concimiamo una convinzione già radicata nel nostro pensiero. A volte ci rendiamo conto che, in qualche modo, certi comportamenti appartengono anche al nostro modo di fare. Lì smettiamo di ridere. Perché quando l’eco di tutte quelle mitragliate di vocali aspirate sforacchia la coscienza, non resta che scegliere se si vuole stare tra quelli che ridono o si vuole essere l’oggetto dell’ilarità.

Chiarito a cosa servono le cazzate e mentre decidi da quale parte vuoi stare, ti dico cosa penso del cazzeggiatore professionista. Per me è un individuo consapevole di possedere un grande potere e che si assume la grande responsabilità di risvegliare le coscienze e stimolare la correzione delle distorsioni sociali. È l’eroe che con un’osservazione arguta e spiritosa scardina certi meccanismi viziosi, mostrandoceli da un punto di vista a cui prima non avevamo accesso, cioè dal di fuori. Egli è lo sciamano che porta la nostra coscienza fuori dal corpo, la scolla dall’abitudine e le permette di osservare quanto siano assurdi certi comportamenti. Una volta fuori ci sembra ovvio che lo siano e ci fanno ridere. Ma non ce ne rendiamo conto finché non ci estraniamo, diventando spettatori delle nostre stesse assurdità.

In questo senso, allora, il riso è il sintomo di una genuina, intima presa di coscienza. Quando è fragoroso e accompagnato da movimenti convulsi, si diffonde nell’ambiente contagiando le coscienze di chi ci sta intorno. E se le gomitate nei fianchi sono abbastanza energiche, si innesca un effetto domino che ha benefici su comunità intere. Potrei parlare di presa di consapevolezza virale, ma è meglio lasciar perdere. Se non capisci il perché, probabilmente stai leggendo questo articolo molti anni dopo la sua stesura. Vai a googolare cosa succedeva nel periodo in cui è stato scritto e capirai.

Bene, anzi benino, visto che dopo oltre 1800 parole probabilmente non ho detto neanche l’1% dello scibile sull’argomento. Però credo di essere riuscito almeno a fornirti qualche spunto di riflessione, dai. Perciò direi che posso chiuderla qui. E quindi, ricapitolando, perché possiamo assolvere le cazzate? Perché, anche se sembra contraddittorio, sono una cosa seria. E le cose serie funzionano meglio quando fanno ridere. A sanare quest’altra contraddizione ci ha pensato il saggista Gérard Genette, secondo cui «il comico è il tragico visto di spalle».

In conclusione, caro Voltaire, a voler essere precisi, potremmo dire che l’uomo è l’animale che fa ridere.

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Cazzeggia sul serio e dai brio ai tuoi contenuti!

Antonio Le Fosse
Antonio Le Fosse
Raddrizzare punti interrogativi è la seconda cosa che mi piace fare di più. La prima? È curvare punti esclamativi. E siccome sono maniacale, uso strumenti di precisione.
Antonio Le Fosse
Antonio Le Fosse
Raddrizzare punti interrogativi è la seconda cosa che mi piace fare di più. La prima? È curvare punti esclamativi. E siccome sono maniacale, uso strumenti di precisione.