I limiti sono il della creatività
CHE POI, SE CI PENSI, BISOGNA AVERNE, DI LIMITI, PER POTER ANDARE OLTRE
Pubblicato il: 10-11-2023 | Categoria: Creatività | Tag: Stimoli | Autore: Antonio Le Fosse
Stavolta parto dal peccato originale. Toccata e fuga in un’allegoria main stream, così tutti mi capiscono. Nel Giardino dell’Eden, Adamo ed Eva potevano prendere e mangiare di tutto. Perché lì qualsiasi cosa cresceva in qualsiasi stagione. Che poi era una, quella in cui con una foglia di fico addosso eri vestito pesante. C’erano sempre le fragole, c’erano sempre le pesche, c’era sempre il cocco e tutti i frutti più golosi. Uno sconfinato reparto orto-frutta con formula all you can eat, for free, lifetime. Senza le magagne dell’importazione, senza le fregature degli ogm e senza porcherie chimiche. Roba buona tutto l’anno. Che poi era un tempo sospeso nello spazio eterno tra l’essere e il non essere, perché a quel tempo non si nasceva, non si moriva né si invecchiava. Insomma, c’era di che ingozzarsi e senza problemi, perché, all’epoca, Dio non aveva ancora inventato né la colite né la cellulite. Solo un prodotto era proibito: la mela. Era un prototipo d’esposizione. Era ancora un esperimento. Infatti non aveva ‘sto gran sapore a confronto con il mango o l’anguria. Infatti non ci fai mica il gelato con la mela. Era carina da vedere, questo sì. Perciò stava sull’albero. Per bellezza. Ma c’era una sola mela in tutto il creato, perciò Adamo ed Eva la volevano. Ecco cosa può fare la scarsità…
Capito? Desideriamo ciò che ci è proibito. Possiamo muoverci e vogliamo fermarci. Dobbiamo stare fermi e vogliamo muoverci. Cosa c’entra tutto questo con la creatività te lo dico subito. Segui il ragionamento, perché secondo me fila. E dico “secondo me” perché ciò che leggerai tra poco è un pensiero mio che, francamente, non so se trova riscontro in qualche teoria accreditata. Ma, altrettanto francamente, in questo periodo, se mi metto a fare ricerca, è possibile che questo articolo non lo scriva più. Perciò la propongo con formula letta e piaciuta.
Preambolo del funambolo
Il corpo è la cover della mente, ma è anche ciò che le permette di agire nello spazio, di fare cose. Quando ci muoviamo, la direzione del flusso mentale è “in entrata”. È la fase di scoperta, in cui la mente assorbe esperienze.
All’opposto, quando il corpo è inattivo, quando stiamo fermi, il flusso mentale si regola “in uscita”. Significa che recuperiamo le esperienze accumulate e le incrociamo, combinandole in infiniti modi, partorendo idee nuove. Vuoi che lo dica? Allora te lo dico: è la fase creativa.
Se sei uno di quelli abituati a catalogare le cose in ordine di importanza: stavolta non farlo, non ne usciresti. La fase di scoperta è nobile quanto quella creativa e forse qualcosina in più. Il perché va da sé. Vero? O mi devo giocare la metafora dei mattoncini Lego? La più abusata dell’Internet.
Parentesi: non so se ci sia lo zampino dell’azienda danese, ma l’equazione universalmente riconosciuta mattoncini = creatività è il più grande traguardo a cui una ditta di giocattoli possa ambire. Chiusa parentesi.
Salvo casi particolari – di cui non parlo qui perché voglio scrivere d’altro – solitamente il flusso non è a senso unico. Significa che quando ci muoviamo un po’ creiamo e, viceversa, quando meditiamo un po’ ci muoviamo. Yin e yang, insomma. Per questo il genio “lampeggia” mentre facciamo altro. Lo spiego qui.
Povertà + ingenuità = creatività
Ora sali a bordo della mia Delorean mnemonica e sfreccia con me fino al 2003. Avevo ventitre anni e mai abbastanza soldi in tasca per soddisfare la mia voglia di cinema. Chi si somiglia si piglia, perciò era lo stesso per i miei compari di vedute. Passami il gioco di parole.
All’epoca, per beccare qualche pellicola interessante, un cosentino come me aveva tre possibilità. Uno: stare sveglio fino a tardissimo per guardare Fuori Orario, su Rai Tre, o programmare il videoregistratore (i dvd recorder costavano l’iradiddio). Due: pellegrinare fino all’Azzurro Scipioni di Roma. Tre: fiondarsi al “martedì d’essai” del Modernissimo, la piccola, gloriosa saletta bruzia che, quando si chiamava Supercinema, metteva in cartellone i pornazzi.
Detto ciò, considera che la trasmissione di Enrico Ghezzi era la non-puntualità per antonomasia e sulle videocassette, l’indomani, trovavi i film a metà. Mentre l’opzione di mezzo, ovviamente, non era così a portata di mano. Rimaneva la serata d’autore del Modernissimo, ma non bastava a saziare me e i miei drughi affamati di celluloide.
Perciò, spietati e senza vergogna, avevamo convinto un altro esercente a lasciarci organizzare nella sua sala il lunedì d’essai. Per ammaliarlo, ci eravamo venduti come studenti del Dams (il che era vero) e di conseguenza professoroni della settima arte (ma sarebbe stato più onesto dire volenterosi tirocinanti) in grado di scovare e selezionare quelle pellicole per palati raffinati che avrebbero fatto conquistare al suo cinema il rispetto degli intellettuali cosentini. Immagina la scena, noi convintissimi, avvolti da un’aura dorata, di sottofondo «angeli con le trombe e diavoli coi tromboni» che danno fiato al movimento più epico di “Così parlò Zarathustra” di Richard Strauss… Al tizio non gliene importava un fico secco di aumentare lo spessore culturale. Se riuscivamo a ridurre lo spessore del blocchetto di biglietti, potevamo vedere il film anche noi. Gratis. Era una soluzione creativa e funzionava. Ma era ingenua. Lo sbattimento di reperire i film nelle cineteche, portarli al cinema, riprenderli e rispedirli indietro dopo la proiezione era tutto nostro. Un lavoro parecchio faticoso. Se non altro, perché le valigette con le pizze di pellicola pesavano non meno di 25/30 chili.
Ti racconto questo perché in uno dei primi cicli di rassegne abbiamo messo in cartellone Le cinque variazioni, di Lars Von Trier. Il film-documentario era nuovo ma era stato distribuito in pochissime copie. Per cui a Cosenza non s’era visto. Sinceramente non sapevamo bene cosa aspettarci da quest’opera. Fino ad allora Von Trier aveva assestato qualche buon colpo, sufficientemente interessante o insolito da attirare l’attenzione dei cinefili e dividerli in fazioni yeah e bleah. Noi sospettavamo che il regista danese fosse uno di quei furbetti con la manina sempre sulla leva della provocazione forzata. Infatti quest’opera non è un granché. Ma l’autore lo aveva realizzato coinvolgendo l’amico e collega Jørgen Leth, che nel 1967 aveva girato L’essere umano perfetto, un corto che faceva salivare la creatività di parecchi studenti del Dams.
Ora stai attento perché mi ricollego all’argomento dell’articolo. Ne Le cinque variazioni, Leth realizza altrettanti remake di quell’opera, dovendo rispettare alcune folli limitazioni che Von Trier gli impone man mano. Una delle variazioni, per esempio, richiede che ogni inquadratura non superi i 12 fotogrammi, un’altra che il film sia un cartone animato ecc.
Se la pellicola mi sia piaciuta o meno è trascurabile. Ma mi ha fatto capire che la creatività è come un gas, più la comprimi con limiti, vincoli, regole e restrizioni, più la sua energia aumenta, esplodendo con maggiore potenza nel momento in cui trova uno sbocco.
Caponata incensurata
Da quel momento in poi ho iniziato a farci caso. In ogni campo, le idee più “nuove” scaturiscono da contesti in cui una o più restrizioni aumentano la pressione creativa. E se ci pensi ha perfettamente senso. La creatività è la capacità che ci permette di risolvere problemi, intesi in senso lato. Prendi la parodia e la satira: cosa sono se non la soluzione per criticare il potere in contesti sociali in cui la libertà di espressione è limitata? Quasi 2600 anni fa, Esopo usò la favola per mimetizzare il suo pensiero e attraversare le barriere della censura. Eroico, se consideri che all’epoca le sanzioni per i trasgressori erano pesantucce, tipo la lapidazione. Lo stratagemma, per altro, è parente stretto della metafora e dell’allegoria. La cosiddetta algolingua, invece, è il pronipote meno sofisticato ma altrettanto efficace per ingannare gli algoritmi di moderazione informatica implementati dalle piattaforme di comunicazione (soprattutto social) per filtrare argomenti considerati tabù. In questa forma di camaleontismo linguistico, una combinazione di emoji come questa ??️, al 99%, non si riferisce agli ingredienti della caponata. Ma le intelligenze artificiali apprendono a velocità spaventose usi e costumi umani, per cui è probabile che mentre sto scrivendo, abbiano imparato a interpretare con malizia espressioni simili. Cosa ci inventeremo per non farci capire?
Capito? La creatività si arroventa quando si tratta di “fare di necessità virtù”. Il nome Markus Persson ti dice niente? Magari lo conosci come “Notch”. È l’autore di Minecraft. Se nel 2011 ti sei chiesto come mai, dopo aver visto il realismo grafico di Crysis e Half-Life 2, fosse uscito un videogioco con pixel grossi come mattoni, la risposta è: limiti di budget. Infatti Persson l’ha programmato da solo per risparmiare sui costi di produzione. Abbracciando deliberatamente un’estetica a blocchi pixelati, apparentemente mutuata dalla preistoria videoludica, l’autore ha creato un mondo cubico unico e riconoscibile, che ha spiazzato il pubblico e gli ha offerto infinite possibilità creative.
Nessuno mette la creatività in un angolo
Ma cosa succede quando limiti e censure sono autoimposti? Beh, lo stesso, tante cose belle. Gli schemi haiku, le (ex) 140 battute di Twitter (era tanto bello ‘sto nome…), le rime hip hop o il bianco e nero di Robert Mapplethorpe ne sono la prova.
Prima ho usato una similitudine scientifica, paragonando la creatività a un gas. Ma per come la vedo io, è più simile a una saponetta bagnata: per quanto provi a stringerla, inevitabilmente ti sfuggirà dalle mani, e più forza ci metti, più finirà lontano, magari rimbalzando su pareti e oggetti come una pallina del flipper.
E torniamo alla teoria del flusso in uscita. Molti creativi – la maggior parte, mi sa – i limiti se li impongono (Peter Greenaway docet) perché ha intuito o ha capito che la creatività, in quanto cosa prettamente umana, è legata alla nostra idiosincrasia verso l’ordine costituito. E quindi, se “imprigiono” il mio corpo tra quattro mura, la mia mente accumulerà energia a sufficienza per attraversarle. E lo farà, perché siamo tutti figli di Adamo ed Eva. Sul piano fisico, quindi, lo stallo esperienziale attiva la creatività. È per questo che, quando prendevano il sole a scacchi, certi scrittori hanno concepito o realizzato alcune tra le loro opere migliori. Cervantes il Don Chisciotte, Oscar Wilde il De profundis, Jack London Il richiamo della foresta, Verlaine le Romanze senza parole. La cosa bella è che funziona anche se la “prigionia” è spontanea. È per questo che molti artisti “vanno in ritiro” quando vogliono produrre qualcosa di importante. In altre parole, siamo allergici alle nostre stesse regole.
Quindi, per creare qualcosa di buono, potresti prendere a maleparole una pattuglia di Carabinieri o commettere un qualsiasi altro reato che ti valga un voucher per un soggiorno all’Hotel Miramare Dietro le Sbarre. Ma la chiusura funziona bene anche se avviene sul piano metaforico e legale. Se sei un creativo e intorno alla tua idea dissemini divieti d’accesso, barriere elettrificate, mine anticarro e paludi infestate da alligatori, il tuo Houdini-pensiero troverà sempre e comunque un modo inaspettato per evadere.
Beh, tiriamo le somme di questo monologo
Ritengo che la creatività sia come la libido ed esporsi al fascino del proibito può essere un modo efficace per eccitarla. In quest’ottica, l’espediente di limitare i movimenti del corpo è assimilabile alla pratica erotica del bondage. La creatività aumenta, così come (per alcuni) aumenta il godimento quando ti fai legare come un capocollo dal tuo partner.
E adesso, vizioso o viziosa che non sei altro, immagino che per te non ci sia modo migliore di chiudere questa dissertazione se non con qualche giochino intrigante per stimolare il punto C.
E invece penso che sia inutile darti suggerimenti riguardo le caratteristiche di una creazione. Tipo “scrivi un racconto in cui si ripeta a loop uno schema in cui le frasi hanno prima 5 parole, poi 3, poi 7”. Oppure “realizza un film in cui il protagonista non venga mai inquadrato in volto e il punto di vista sia sempre quello di una persona non coinvolta nell’azione”. Espedienti del genere sono molto specifici e, oltre che te li puoi inventare da solo, più che altro penso che debbano avere un senso nell’economia della creazione o debbano nascere da esigenze dettate dal contesto.
Invece mi sembra più interessante allargare il campo sul mindset generale da assumere. Quindi ti suggerirò tre regole da seguire, basate, nell’ordine, sui tre tipi di creatività teorizzati dalla scienziata cognitiva Margareth Boden: esplorativa, combinatoria, trasformativa. Praticamente partiamo con un po’ di preliminari.
Te lo dico prima, così non mi rompi le sfere del drago dopo. Sì, si parla ancora di limiti, perché gli obblighi – se hai la patente lo sai – lo sono. E sì, ho fatto ciò di cui ho parlato finora: non potendo fare esempi pratici, ho trovato una soluzione diversa e inaspettata.
Regola numero 1: non puoi bazzicare dove sei già stato, cerca nuovi mondi nel tuo mondo
Imponiti di esplorare da confine a confine la dimensione a cui afferisce ciò che stai creando, fino a trovarne un angolino inesplorato. Per compiere l’impresa, devi conoscerne e comprenderne tutte le convenzioni ed esaminarle in modo critico, in modo da poterne inventare altre. Così puoi ottenere qualcosa di nuovo e inaspettato. Ma occhio a non trasgredire le regole che governano la dimensione in cui ti stai muovendo, altrimenti la tua creazione non vi apparterrà più.
Sembra complicato ma non lo è. Per esempio, gli architetti modernisti come Le Corbusier, Frank Lloyd Wright e Walter Gropius hanno abbracciato nuove concezioni di spazio e funzionalità, coniando per primi l’idea di integrazione tra architettura e ambiente circostante. Praticamente non hanno smesso di progettare edifici, ma la loro esplorazione li ha portati sulla strada di un nuovo tipo di bellezza, quella funzionale, ottenuta adottando forme e materiali innovativi. Hanno trovato un modo per aprire un passaggio verso un territorio nuovo all’interno della dimensione architettonica: i loro progetti si potevano certamente definire edifici (case, uffici, chiese ecc.) ma il loro aspetto era funzionale alla migliore utilità possibile, sia sul piano dell’utilizzo sia su quello di integrazione in un contesto.
Regola numero 2: non puoi indossare un completo, tuffati nell’armadio
Impegnati a combinare elementi differenti. Anche appartenenti ad ambiti diversi. Non ci sono regole, tutto si può incastrare con tutto e in infiniti modi. David Bowie, per esempio, senza uscire dal territorio della performance, ha mescolato musica, moda e teatralità. E il personaggio di Ziggy Stardust, entità aliena dall’anima rock, è figlio di un’arte multidimensionale che va oltre i confini della musica.
Il progetto di fattoria verticale ideato dal professor Dickson Despommier combina la tecnologia, l’agricoltura e l’urbanizzazione. Questo approccio prevede la coltivazione di piante in ambienti verticali, come i grattacieli, utilizzando sistemi di illuminazione a LED, irrigazione controllata e coltivazione su più livelli, ottimizzando così l’uso dello spazio e accorciando le distanze distributive.
Sono solo un paio di esempi, ma servono a dimostrare come l’atto combinatorio sia un’opportunità per dare vita a soluzioni innovative.
Regola numero 3: non puoi giocare secondo le regole, inventane di nuove
Obbligati a scardinare gli schemi canonici, mutando le norme che governano la dimensione di ciò che stai creando o inventandone di nuove. Alcuni esempi noti ti faranno capire al volo cosa in tendo. A scuola ci insegnano a scrivere mettendo su carta i pensieri in maniera organizzata, presentandoli in maniera chiara e lineare attraverso l’uso convenzionale di sintassi, consecutio temporum, punteggiatura ecc. Scrittori come James Joyce o Virginia Woolf (ma non solo loro), hanno introdotto nella loro scrittura il flusso di coscienza, un fiume di pensieri che se ne frega delle regole e presenta al lettore ragionamenti, fantasticherie, ricordi ed emozioni discontinui e disorganizzati, senza i filtri della scrittura canonica. Così come vengono fuori dalla mente, saltando di palo in frasca. L’effetto, per chi legge, è travolgente.
Pittori come Picasso, a un certo punto, hanno stabilito che fosse possibile, in un dipinto bidimensionale, avere la percezione di più visioni prospettiche pur mantenendo lo stesso punto di osservazione. Così nacque il cubismo, che demolì la concezione rinascimentale di prospettiva.
Come vedi, è bastato (si fa per dire) fare ciò che non si dovrebbe fare per dare vita a qualcosa di completamente nuovo.
Conclusione (ce l’hai fatta, evviva!)
Non voglio dire che sia facile – tutt’altro – ma è possibile. E nel mondo c’è chi lo fa continuamente. Ogni volta che ci troviamo di fronte a qualcosa che ci sorprende o ci meraviglia, c’è qualcuno che ha dovuto superare un limite esistente o autoimposto.
Balliamo il tip tap sull’orlo di un paradosso: quei confini che spesso malediciamo sono in realtà occasioni creative. E più sono costrittivi più sono sorprendenti le soluzioni che possiamo escogitare per eluderli. Al contrario, quando non abbiamo vincoli, ci perdiamo nella vastità delle opzioni, finendo per inciampare nella mediocrità. I limiti, quindi, non sono seccature da scongiurare ma opportunità da sfruttare. Ci spingono a superare noi stessi, a cercare soluzioni innovative e a valorizzare ogni singola risorsa a nostra disposizione. Del resto, lo dice anche il mio mito, Jerry Seinfeld: «i limiti sono come le righe sul parcheggio. A volte sono solo suggerimenti» 🙂
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